LIVORNO IERI

Ricostruzione immaginaria del Tempio di Ercole

LIVORNO ALLE ORIGINI

Molte sono le storie circa le origini della città di Livorno, che tuttavia sono ignote e si perdono nella leggenda del mitologico tempio di Ercole, attorno al quale si sarebbe sviluppato l’abitato più antico della città. Certamente il sito era frequentato sin dall’epoca preistorica, come documentato da alcuni reperti archeologici, quali cuspidi di freccia, lamine usate come coltelli, raschiatoi e punteruoli rinvenuti in varie zona del territorio comunale.

Livorna, con la a finale, è attestata per la prima volta in un documento del 13 novembre 1017, nel quale il vescovo di Pisa concesse l’omonimo castello ed un piccolo agglomerato di case alla famiglia pisana degli Orlandi. Sicuramente questo piccolo villaggio, posto intorno ad una cala naturale a pochi chilometri a sud della foce dell’Arno, collaborava già da tempo col vicino Porto Pisano, ovvero con il principale scalo marittimo di Pisa.

Un evento documentato è la donazione che la contessa Matilde di Canossa fece nel 1103 all’Opera del Duomo di Pisa del Castrum Liburni e la sua curtis, vale a dire di un centro fortificato privo di una propria giurisdizione e un centro abitato relegato al diritto feudale. Diciotto anni dopo l’Opera lo vendette all’arcivescovo della città. Livorno seguì così il destino della repubblica pisana, venendo distrutta per ben dodici volte, tra il 1114 e il 1368, per cause belliche.

A differenza delle altre città toscane, che vivevano stagioni di grande vivacità artistica, all’epoca Livorno rimase ai margini della storia. L’abitato, dal quale partiva la carrareccia (via Carraia) per Porto Pisano, era composto da un pugno di abitazioni e alcune strutture fortificate, successivamente inglobate nella Fortezza Vecchia: una torre quadrata, risalente al X-XI secolo, e una torre circolare (impropriamente chiamata Mastio di Matilde), costruita tra il XIII e XIV secolo.

E’ ricordata dagli inizi del 14° sec. come villaggio e piccolo porto a breve distanza da Porto Pisano, per la cui difesa fu fortificata sulla fine del Trecento e con cui rimase in possesso di Genova dal 1405 al 1421. Quell’anno i due porti furono acquistati dal comune di Firenze e Livorno ebbe da allora propri statuti e vasti privilegi fiscali. Dopo il 1530, per impulso di Cosimo I ebbe inizio il programma di trasformare Livorno in massimo porto del nuovo Stato mediceo: perfezionato il sistema di fortificazioni, completato (1573 circa) il canale navigabile che l’univa a Pisa, vi fu attirata con esenzioni fiscali nuova popolazione (specie Greci ed Ebrei spagnoli e portoghesi). Sotto Ferdinando I l’inizio di un’attività edilizia e monumentale trasformò L. in centro cittadino. Ultimata con Cosimo II (1609-21) la costruzione del Porto Mediceo, ebbe inizio la prosperità commerciale di L. quale scalo ed emporio internazionale. Con l’annessione all’Italia (1860) acquistò la funzione di porto regionale.

LIVORNO MEDICEA

Cosimo I gettò le basi per la creazione di un cospicuo insediamento urbanistico. Egli riconfermò i privilegi concessi nel 1421; nel 1548 emanò provvedimenti a favore degli ebrei, ai quali garantiva protezione dall’Inquisizione. Il granduca fece costruire la propria residenza all’interno della Fortezza Vecchia, promosse l’edificazione di un palazzo per il suo seguito subito fuori dal fortilizio (il Palazzo Mediceo), e verso la metà del secolo decretò il rafforzamento del sistema difensivo, con la costruzione di tre baluardi sugli angoli della vecchia cinta pisana: a nord-est (via del Porticciolo) fu eretto un piccolo bastione di terra, sull’angolo sud-est fu costruito il “Bastione della Cera” e sull’angolo sud-ovest, adiacente alla Rocca Vecchia, il “Bastione del Villano”.

A Cosimo I de’ Medici si è attribuita l’intenzione di dar principio all’ampliamento della città; tuttavia fu il figlio Francesco I che intorno al 1575 diede incarico all’architetto Bernardo Buontalenti di progettare la pianta della nuova città di Livorno.Il progetto buontalentiano, di cui restano solo alcune copie, prevedeva la formazione di un abitato chiuso entro una cinta muraria pentagonale, con fossati e baluardi che dovevano proteggerlo dall’assalto delle navi dei Mori e dei Saraceni, in quei tempi protagonisti di frequenti scorrerie ed incursioni lungo le coste del Tirreno e del Mediterraneo in generale.

Nel 1587 Ferdinando I, fratello di Francesco, divenne granduca di Toscana. A Ferdinando si devono gli impulsi decisivi per la costruzione della nuova città e la promulgazione di alcuni provvedimenti tesi a favorire l’incremento della popolazione e delle attività commerciali di Livorno, che nel 1591 contava appena 530 abitanti.[56] Egli, tra il 1591 ed il 1593 emanò infatti le “Livornine”. Si trattava di una serie di privilegi con cui si invitavano nella nuova città mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Greci, Todeschi et Italiani, Hebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani et altri, con le garanzie di libertà religiosa (ad eccezione dei cristiani acattolici, in quanto l’unica fece cristiana riconosciuta lecita era quella cattolica), amnistia (con alcune eccezioni, tra le quali l’assassinio e la “falsa moneta”) e protezione dall’Inquisizione. Il documento, pur essendo rivolto a tutti i mercanti stranieri, era diretto soprattutto agli ebrei sefarditi, espulsi dalla penisola iberica alla fine del secolo precedente. Grazie alle concessioni granducali la comunità ebraica aumentò in maniera esponenziale: nel 1601 era formata da poco più di venti persone, ma nel 1645 gli ebri erano già 1.250, quasi tutti di provenienza iberica.

Nel complesso la popolazione di Livorno passò dai 900 abitanti del 1592 ai circa 5.000 circa del 1609. Il forte aumento della popolazione e l’incremento dei traffici marittimi, portarono ad affrontare con attenzione il problema delle strutture sanitarie: dopo il primo lazzaretto costruito alla base del Fanale intorno al 1582-83, Ferdinando I fondò il Lazzaretto di San Rocco (al quale si aggiunse, cinquant’anni dopo, quello di San Jacopo), aggiornò i regolamenti sanitari e nel 1606 istituì il magistrato di sanità. Inoltre si rese necessario intraprendere la costruzione del Bagno dei forzati, in cui furono concentrati gli schiavi condotti a Livorno dall’Ordine di Santo Stefano papa e martire.

Livorno fu elevata al rango di città il 19 marzo 1606 e fu dotata del “Capitanato Nuovo”, ovvero di un territorio più vasto su cui esercitare giurisdizione amministrativa; il Capitanato, che rimase in vigore per circa due secoli, si estendeva da Stagno al fiume Fine, da Gorgona a Lorenzana.

In breve, i provvedimenti di Ferdinando fecero della città il principale sbocco a mare del Granducato di Toscana.

Cosimo II ritratto da Cristofano Allori

Nel 1611, durante il granducato di Cosimo II de’ Medici, fu deciso l’ampliamento delle strutture portuali, che erano state già sensibilmente potenziate sotto Ferdinando I de’ Medici. I lavori portarono alla costruzione di un nuovo molo parallelo alla costa, che andò a chiudere un grande specchio d’acqua aperto verso nord.

Pochi anni dopo maturò l’esigenza di dotare la città di un quartiere mercantile posto in diretta comunicazione con il porto. La zona prescelta, situata a nord dell’insediamento preesistente, fu oggetto di un piano redatto dall’architetto senese Giovanni Battista Santi, il quale ideò un nucleo a forte valenza commerciale, con una serie di magazzini e abitazioni comunicanti direttamente con il canale dei Navicelli. La natura acquitrinosa del terreno e la conseguente necessità di realizzare fondazioni sull’acqua, applicando tecniche importate direttamente dalla laguna veneta, portarono a identificare il quartiere col nome di Venezia Nuova. A protezione del nuovo insediamento furono gettate le fondamenta di una cortina muraria rivolta verso il mare aperto, mentre nel 1682, all’estremità nord-orientale della nuova cinta, iniziarono i lavori del Forte San Pietro.

Un’ulteriore espansione dell’abitato si ebbe tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, quando il governatore Marco Alessandro del Borro decretò la dismissione di una parte della Fortezza Nuova al fine di ottenere nuove aree edificabili limitrofe al nucleo originale della Venezia Nuova. Nel 1676 la città fu ufficialmente dichiarata porto franco, condizione che di fatto esisteva da quasi un secolo in virtù del benefizio libero, con il quale era possibile commerciare senza pagare dazi in entrata o in uscita. Lo scalo marittimo, invece, fu dichiarato più volte porto neutrale; per questo motivo, quando nel 1653 gli olandesi e gli inglesi minacciarono di farsi guerra nelle acque del porto, furono costretti a regolare le questione nelle acque al largo della città, in quella che passerà alla storia come Battaglia di Livorno. Malgrado la recessione che investì la Toscana nel tardo Seicento, questi provvedimenti, uniti ai privilegi sanciti da Ferdinando I alla fine del Cinquecento, permisero alla città di prosperare.

Gian Gastone fu l’ultimo rappresentante della dinastia dei Medici, dopo Cosimo II, Ferdinando II e Cosimo III. Alla sua morte, avvenuta nell’anno 1737, Livorno si attestava intorno ai 30.000 abitanti. Gli inglesi tentarono di farne la loro base nel Mediterraneo, proponendo alle potenze europee lo status di città libera, con sovranità propria, ma di fatto controllata dall’Inghilterra; del resto, nel 1725 il 77% delle esportazioni inglesi nel Mediterraneo passava per Livorno. Di fronte all’opposizione degli altri stati, Livorno seguì la sorte del Granducato di Toscana, passando sotto il dominio della dinastia lorenese.

Pietro Leopoldo ritratto da Anton Raphael Mengs

LIVORNO LORENESE

Il primo rappresentante dei Lorena ad assumere il titolo di granduca fu Francesco II, che nel 1745 divenne però imperatore del Sacro Romano Impero, delegando un Consiglio di Reggenza in sua vece. Tra le varie iniziative del periodo merita di essere ricordata l’istituzione del “Refugio”, una casa di accoglienza voluta dal governatore Carlo Ginori, dove i ragazzi ricevevano istruzione principalmente sull’arte della navigazione.

I successori di Francesco II, a partire da Pietro Leopoldo, attuarono importanti riforme che portarono a un’ulteriore espansione della città e a una notevole ripresa delle arti, in particolare dell’editoria: a Livorno, presso la tipografia Coltellini, vennero infatti pubblicati Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (nel 1764, in forma anonima) e, nel 1770, la terza edizione dell’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonnè des Sciences, des Arts et des Métiers di Diderot e D’Alembert, in una stamperia ricavata nel vecchio Bagno dei forzati.

Un punto di svolta per lo sviluppo della città si ebbe nel 1776, quando un motuproprio granducale decretò la fine delle servitù militari che ancora gravavano attorno alle vecchie mura medicee; mura che ormai avevano la sola funzione di delimitare l’area del porto franco. Il provvedimento era finalizzato a favorire l’espansione dell’abitato oltre il fosso circondario, così da porre un freno alle sopraelevazioni all’interno del pentagono buontalentiano e di calmierare il gravoso mercato degli affitti, ma, in assenza di una pianificazione urbanistica, le nuove case si addensarono in modo caotico attorno alle porte d’accesso del centro cittadino. All’esterno dei sobborghi furono costruiti il cimitero cattolico e, lungo la costa meridionale, il grande Lazzaretto di San Leopoldo, che andò ad affiancarsi a quelli di San Rocco e di San Jacopo.

Durante il granducato di Ferdinando III, l’economia livornese fu notevolmente danneggiata dall’ occupazione francese dell’Imperatore Napoleone Bonaparte. Dal punto di vista amministrativo, nel 1808 Livourne divenne capoluogo del “Dipartimento del Mediterraneo”, da cui, fino al 1814, dipesero Pisa e la Maremma settentrionale.

Nel 1834 il granduca Leopoldo II ordinò l’ampliamento dell’area del porto franco. Malgrado la fase di declino del commercio di deposito, la decisione veniva incontro alle richieste della vecchia classe dirigente della città, che vedeva nell’ampliamento delle franchigie doganali un rilancio per le attività portuali. I limiti della nuova area soggetta a benefizio libero furono definiti mediante una cinta muraria progettata da Alessandro Manetti, con la collaborazione di Carlo Reishammer per quanto concerne la definizione dei dispositivi di controllo. Le mura, iniziate nel 1835 e terminate nel giro di pochi anni, seguivano un andamento grossomodo semicircolare: partivano dal Forte San Pietro e terminavano all’altezza del Lazzaretto di San Rocco, inglobando i sobborghi e diversi terreni ancora liberi. Gran parte delle antiche mura cinquecentesche, ritenute ormai d’ostacolo ai collegamenti tra la città vecchia e i sobborghi, furono demolite dopo il 1838, secondo il progetto redatto da Luigi Bettarini; alle fortificazioni lungo il tratto meridionale del Fosso Reale si sostituirono imponenti palazzi di gusto neoclassico o neorinascimentale, mentre il raccordo tra il decumano del nucleo buontalentiano (la via Ferdinanda) e i nuovi quartieri orientali fu risolto con una grande piazza, dove furono innalzate le statue di Ferdinando III e Leopoldo II.

Francesco Domenico Guerrazzi

Nel gennaio 1848, mentre la Sicilia e Napoli insorgevano contro i Borbone, a Livorno iniziarono i volantinaggi liberali, che si conclusero con il momentaneo arresto di Francesco Domenico Guerrazzi per attività sovversiva e la concessione della costituzione da parte del sovrano Leopoldo II.

Il 25 agosto scoppiò una rivolta a Livorno; il granduca fu costretto a nominare un governo democratico, a cui presero parte il Guerrazzi e Giuseppe Montanelli. Tuttavia, le riforme programmate dal nuovo governo indussero Leopoldo II a fuggire a Gaeta, mentre nel febbraio 1849 il triumvirato composto da Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni scrisse una nuova costituzione e proclamò la Repubblica. Quando le truppe austriache invasero la Toscana per ripristinare il potere granducale, Livorno si proclamò repubblica autonoma e fu l’ultima città toscana a capitolare contro gli austriaci, che assediarono la città per due giorni, tra il 10 e l’11 maggio 1849.

All’inizio del 1859 l’apertura delle ostilità contro l’Austria sembrava ormai imminente: il 17 aprile circa 800 livornesi partirono per Genova come volontari per combattere la seconda guerra d’indipendenza. Frattanto, con la caduta del governo fiorentino, il livornese Vincenzo Malenchini entrò a far parte del nuovo governo provvisorio della Toscana. Il 27 aprile Leopoldo II abidicò in favore del figlio Ferdinando e abbandonò Firenze senzaneppure tentare di mantenere il potere con la forza, conscio del cambiamento de tempi. Nel marzo 1860 si tenne un plebiscito che sancì l’unione del Granducato al Regno di Sardegna. A Livorno, su 23.900 votanti, solo 215 si espressero per il mantenimento di un regno separato.

Il cantiere Luigi Orlando

LIVORNO CONTEMPORANEA

Nel 1861 Livorno contava circa 95.000 abitanti, ma negli anni successivi la città vide arrestare l’incremento demografico che aveva caratterizzato il periodo precedente. La causa è da ricercare nel disastroso stato sociale in cui era precipita al momento dell’unificazione; il commercio di deposito, che aveva fatto la fortuna di Livorno durante il Granducato, era in declino, mentre le industrie erano poche e a gestione familiare. Inoltre, nel 1865 venne approvato il provvedimento del ministro Quintino Sella (reso operante dal 1868), che aboliva i privilegi e le franchigie che ancora vigevano a Livorno, Ancona e Messina. Per Livorno ebbe così inizio una fase caratterizzata dalla ricerca di un ruolo all’interno dell’economia nazionale e da un profondo cambiamento della struttura commerciale e produttiva della città ed un ruolo fondamentale lo ebbe nel 1866 l’imprenditore Luigi Orlando, che ottenne in concessione il cantiere navale. Sotto la guida della famiglia Orlando, il cantiere riuscì ad ottenere importanti commesse pubbliche dalla Marina mercantile e militare. Nel 1886 vi erano impiegati 1140 operai. Altri 600 operai lavoravano nella Società Metallurgica Italiana, mentre 270 erano gli addetti della Società Vetraria Italiana e 250 quelli della Società Ceramica Livornese. Le altre industrie raggiungevano i 2400 operai.

Un evento importante per la storia della città fu l’istituzione dell’Accademia navale. La Regia Marina nasceva dalla fusione delle marine degli stati preunitari, ma disponeva di due scuole per la formazione degli ufficiali: quella di Genova e quella di Napoli. La prima aveva sede in un vetusto collegio, disponendo pertanto di spazi ridotti e inadeguati; l’altra si trovava sul colle di Pizzofalcone ed era una sorta di collegio aperto a giovani provenienti, come avveniva a Genova, in buona parte dall’aristocrazia. Con l’unità d’Italia si era stabilito di uniformare i due ordinamenti, ma i risultati furono al di sotto delle aspettative. Si riteneva indispensabile che le scuole fossero unificate in uno stesso luogo.

Molte città si candidarono per divenire sede della nuova accademia, ma solo la nomina di Benedetto Brin al Ministero della Marina, nel 1876, risolse l’annosa questione e il 16 marzo 1878 fu approvata la legge che istituiva l’Accademia Navale a Livorno. Il complesso, inaugurato il 6 novembre 1881, andò ad occupare l’area del vecchio Lazzaretto di San Jacopo, estendendosi poi su quella dell’adiacente Lazzaretto di San Leopoldo.

All’inizio del Novecento, quando la città contava oltre 100.000 abitanti (quasi il doppio rispetto a Pisa) ed era ormai un centro industriale di rilevanza nazionale, la questione dei collegamenti ferroviari tornò alla ribalta e non parve più rinviabile. Dopo accese discussioni e dibattiti, nel 1905 fu stabilita l’ubicazione della nuova stazione ferroviaria e nel 1910 poté essere inaugurata la tratta tirrenica Livorno-Cecina.

Il tentativo di rilanciare il ruolo della città all’interno di un contesto internazionale, che l’unificazione e le ripercussioni della grave crisi bancaria degli anni novanta dell’Ottocento avevano compromesso, passò anche attraverso la costruzione di scuole, alloggi economici per operai e strutture di indubbia monumentalità, come il grande Mercato delle vettovaglie, progettato da Angiolo Badaloni e inaugurato nel 1894. Nel 1904, mentre il turismo balneare subiva sempre più la concorrenza di Viareggio, la città assunse persino l’appellativo di “Montecatini al mare” in concomitanza con l’inaugurazione del sontuoso stabilimento termale Acque della Salute.

A questi interventi seguirono una serie di provvedimenti finalizzati a migliorare le condizioni igieniche e sanitarie del centro cittadino, che da tempo versava in stato di degrado. Il graduale spostamento delle classi benestanti verso la fascia collinare e sul lungomare, oltre alla colmata di numerosi fossi e canali nella zona settentrionale, determinarono una progressiva decadenza della Venezia Nuova e delle aree limitrofe. Il diffondersi di epidemie di colera, convinse le autorità della necessità di sventrare i vicoli più fatiscenti: pertanto, nel 1905 si demolirono le case intorno alla chiesa di San Ferdinando, compresa chiesetta di Sant’Anna, per poi passare, poco tempo dopo, al tessuto urbano adiacente al vecchio Ospedale di Sant’Antonio.

Il 31 luglio 1922, un manifesto affisso lungo le strade della città ordinava l’adunanza dei fascisti presso la loro sede, situata di fianco al Teatro Goldoni; la città venne occupata da squadre armate provenienti da tutta la Toscana. Solo pochi mesi prima, all’inizio del 1921, nello stesso Goldoni si era tenuto il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano; dalla scissione della corrente di estrema sinistra del Partito Socialista Italiano, che aveva abbandonato la sala del teatro convocando un congresso costitutivo presso il Teatro San Marco, era nato il Partito Comunista Italiano.

Tra il 1º e 2 agosto 1922 una squadra di fascisti uccise il consigliere comunale Pietro Gigli e il fratello Pilade, ferendo anche la madre; pochi giorni dopo morì il consigliere Luigi Gemignani, che era stato ferito gravemente nella sua abitazione di corso Amedeo. Il negozio del consigliere Bacci venne devastato, così come la falegnameria del consigliere Garfagnoli; stesso trattamento subirono le sedi dei partiti di sinistra, i circoli dei lavoratori e la Camera del Lavoro. Il 3 agosto un nutrito squadrone di fascisti, con alla testa Costanzo Ciano e Dino Perrone Compagni, si diresse al Palazzo Comunale: l’amministrazione socialista, guidata dal sindaco Uberto Mondolfi, fu costretta a dare le dimissioni sotto la minaccia di ulteriori gravi ritorsioni.

L’ascesa politica di Costanzo Ciano coincise con una serie di interventi per la città e con l’ampliamento dei confini provinciali. Ma la trasformazione di Livorno voluta dal regime passò anche attraverso gli sventramenti del centro cittadino, cominciati negli anni venti, quando i vecchi fabbricati posti alle spalle del Duomo, lungo la via Cairoli, furono demoliti per far posto ad un algido quartiere bancario. Nel 1935 fu la volta degli edifici compresi tra via Fiume e via San Giovanni, dove si intendeva costruire il Palazzo del Governo, scenografica quinta posta ai margini di una vasta piazza delle adunate: sotto i colpi del piccone demolitore, furono distrutti il vecchio complesso dell’Ospedale di Sant’Antonio, la chiesa greco-ortodossa della Santissima Trinità e quella di Sant’Antonio.

Costanzo Ciano

La morte di Ciano, nel 1939 non fermò i piani di sviluppo della città; all’inizio degli anni quaranta fu predisposto un nuovo piano di risanamento del centro, a cui prese parte anche l’architetto Marcello Piacentini, ma le operazioni, che avrebbero portato alla cancellazione di gran parte dell’antico assetto urbano (invero, in gran parte fatiscente), furono interrotte dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, che causò danni irreparabili alla città: Il 28 maggio 1943 ebbe inizio una serie di oltre cento catastrofici bombardamenti, che causarono morti e distruzioni. I B-17 delle forze alleate rovesciarono tonnellate di esplosivo sull’intero territorio cittadino. I bersagli di interesse strategico (la raffineria ANIC, le acciaierie Motofides, il porto) furono duramente colpiti, assieme a gran parte dell’abitato e ai siti di interesse artistico e storico, come il Duomo, la Sinagoga, la chiesa greca della Santissima Annunziata, la chiesa armena di San Gregorio Illuminatore, i teatri San Marco, degli Avvalorati e Rossini, la Dogana d’acqua, il Seamen’s Institute e il Fanale, quest’ultimo minato dai guastatori tedeschi in ritirata. Gravi danni riportarono anche la Fortezza Vecchia, la Fortezza Nuova, il Palazzo Maurogordato, la chiesa della Purificazione, le chiese leopoldine di Sant’Andrea e dei Santi Pietro e Paolo, diversi stabili della Venezia Nuova e quelli prospicienti la piazza e la via Grande, finanche i cimiteri, come quello dei Lupi, quello della Misericordia e l’antico cimitero degli inglesi. In particolare, si ritiene che i bombardamenti abbiano distrutto o gravemente danneggiato il 31% degli immobili della città, percentuale, questa, che sale notevolmente all’interno del solo centro storico. Una relazione tecnica redatta al termine del conflitto attesta che nel centro erano rimasti illesi solo l’8% degli edifici, mentre ascendevano a circa un terzo del totale quelli completamente distrutti.

Il 19 luglio 1944 la città fu liberata dai partigiani e dall’esercito americano guidato dal generale Clark. Nel medesimo anno fu nominato sindaco il giovane Furio Diaz, che all’epoca aveva solo 26 anni: a lui spettò il compito di guidare la giunta comunale nei difficili anni della ricostruzione.

Dopo la liberazione del 19 luglio 1944 la città di Livorno si trovava in una situazione disastrosa. Nel 1947 a due anni dalla fine della guerra il sindaco della città Furio Diaz fece richiesta ai comandi alleati affinché le industrie più importanti, cioè quelle che avrebbero potuto assorbire il maggior numero di manodopera, fossero derequisite, tra queste la Sice, la Metallurgica, l’ANIC e la società dei filobus. 

Lo sminamento di alcune zone del centro cittadino terminò solo negli anni cinquanta, mentre la cinquecentesca Fortezza Nuova ospitò baracche per sfollati fino agli anni sessanta.

Sotto la spinta dell’emergenza abitativa i piani urbanistici attuati frettolosamente nel dopoguerra ripresero sostanzialmente le linee guida di quelli voluti dal regime prima della guerra. Il volto del centro cittadino cambiò radicalmente. Molti edifici storici furono scelleratamente sacrificati in nome della ricostruzione guidata dalle speculazioni delle grandi società immobiliari: si innalzarono moderni portici in via Grande, il cosiddetto “Nobile Interrompimento” al centro della vecchia piazza d’armi, mentre le aree poste in prossimità del Mercato delle vettovaglie e della Sinagoga furono praticamente rase al suolo e riedificate secondo nuovi standard edilizi. 

Nel 1951 ben 24 industrie avevano cessato la produzione e non furono più ripristinate. Per la città si aprì un lungo periodo di crisi che è durato fino ai primi anni del 2000.